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	<title>Mediterranei &#187; Social network</title>
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		<title>Media sociali e business, c&#8217;è ancora molto da imparare</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 08:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca valente</dc:creator>
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Apriamo una pagina fan su Facebook o un blog? Attiviamo un account Twitter o un brand group su LinkedIn?
Utilizzare i social media per comunicare e promuovere la propria attività è una necessità avvertita da molti. Ma spesso la loro adozione è vissuta come adesione ad una tendenza, non come una strategia con regole e dinamiche definite differenti da quelle del marketing tradizionale.
Ancor prima di discutere su quali strumenti utilizzare vi sono argomenti che un&#8217;azienda dovrebbe affrontare a vari livelli.
I social media esigono trasparenza. Perché possano funzionare devono poter essere il ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: right; margin-right: 10px;">
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<p>Apriamo una pagina fan su Facebook o un blog? Attiviamo un account Twitter o un brand group su LinkedIn?</p>
<p>Utilizzare i social media per comunicare e promuovere la propria attività è una necessità avvertita da molti. Ma spesso la loro adozione è vissuta come <strong>adesione ad una tendenza</strong>, non come una strategia con regole e dinamiche definite differenti da quelle del marketing tradizionale.</p>
<p>Ancor prima di discutere su quali strumenti utilizzare vi sono argomenti che un&#8217;azienda dovrebbe affrontare a vari livelli.</p>
<p><strong>I social media esigono trasparenza. </strong>Perché possano funzionare devono poter essere il riflesso di una cultura aziendale condivisa. Il rischio sarebbe quello di osservare dei rami spogli al momento del raccolto.</p>
<p>Uno dei principali difetti che mi capita di notare quando si affrontano interrogativi di questo genere è che Facebook o Twitter siano considerati come l&#8217;ennesimo <strong>&#8220;tranello&#8221; </strong>per invadere uno spazio con la propria immagine.</p>
<p>I social media sono disposizione all&#8217;ascolto, richiedono un cambiamento nella cultura aziendale tale da annoverare l&#8217;umiltà come una condizione di cui non ci si debba vergognare.</p>
<p><strong>Cosa significa trasparenza?</strong> In un ambiente in cui le persone (non i clienti) hanno sempre maggiore centralità, le aziende dovrebbero pensare ed agire come individui, scoprire un atteggiamento più umano. Rivalutare la propria presenza in relazione alla reputazione acquisita, avviare attività, anche procedurali o di rivisitazione dell&#8217;offerta, che migliorino il prodotto e costruiscano fiducia attorno al brand.</p>
<p>Se in passato l&#8217;azienda era quello che comunicava, nel futuro prossimo dovrà mostrare quello che realmente è. Soprattutto quando la seduzione, se non l&#8217;inganno, della pubblicità tradizionale non avranno più alcuna influenza sulle decisioni di acquisto (ci siamo quasi).</p>
<p><strong>Un po&#8217; d&#8217;utopia.</strong> Marketing aziendale e <a href="http://blog.tagliaerbe.com/2010/03/introduzione-al-personal-branding.html" target="_blank">personal branding</a> saranno due facce della stessa medaglia. Singolo individuo (cliente o lavoratore interno) ed azienda si identificheranno. Sempre che a monte esistano le condizioni (valori aziendali positivi, disponibilità ad ascoltare, autocritica ed attenzione alla qualità del prodotto)  che spingano il primo, dall&#8217;impiegato alla donna delle pulizie, a promuovere, scommettere sui valori di cui un&#8217;azienda è portatrice. Se ancora si pensa che <em>&#8220;si potrebbero simulare conversazioni e commenti positivi tra account fake?&#8221;</em> ci sarà ancora molto da lavorare.</p>
<p>Vi suggerisco la lettura di questa <a href="http://www.markingegno.biz/blog/2010/02/01/i-social-media-secondo-tre-italia-intervista-a-massimo-cavazzini/" target="_blank">interessante intervista</a> a Massimo Cavazzini, Web manager in 3 Italia.</p>
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		<title>Minigonne e business, come (s)vendere il proprio brand</title>
		<link>http://www.mediterranei.info/minigonne-business-come-svendere-il-tuo-brand/</link>
		<comments>http://www.mediterranei.info/minigonne-business-come-svendere-il-tuo-brand/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 08:21:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca valente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[social media marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Web 2.0]]></category>

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Per vendere occorre farsi vedere. Certo, ma fino a che punto? La tendenza al confronto ed alla condivisione, tipiche del web 2.0, stanno abituando le aziende ad una certa apertura nei confronti del cliente.
Occorre tenere a freno l&#8217;entusiasmo. Valutare. Guardarsi intorno. Ed agire con cautela. Il rischio sarebbe quello di esporsi eccessivamente agli occhi indiscreti del mercato o essere fraintesi. Azioni avventate potrebbero rivelarsi controproducenti. Causare cadute di stile irrecuperabili.
Il dubbio è sorto la scorsa settimana in occasione di un seminario su processi di vendita e metodologie di promozione, 2.0 ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: right; margin-right: 10px;">
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			</a>
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<p><strong>Per vendere occorre farsi vedere</strong>. Certo, ma fino a che punto? La tendenza al confronto ed alla condivisione, tipiche del web 2.0, stanno abituando le aziende ad una certa apertura nei confronti del cliente.</p>
<p><strong>Occorre tenere a freno l&#8217;entusiasmo.</strong> Valutare. Guardarsi intorno. Ed agire con cautela. Il rischio sarebbe quello di esporsi eccessivamente agli occhi indiscreti del mercato o essere fraintesi. Azioni avventate potrebbero rivelarsi controproducenti. Causare cadute di stile irrecuperabili.</p>
<p>Il dubbio è sorto la scorsa settimana in occasione di un seminario su processi di vendita e metodologie di promozione, 2.0 e non. In una platea a dominanza maschile si aggiravano alcuni account di sesso femminile dall&#8217;abbigliamento &#8220;stravagante&#8221;. Non vi nascondo che tacchi a spillo e calze a rete sono un ottimo specchietto per le allodole. Ed un buon metodo per consegnare biglietti da visita in maniera spregiudicata.</p>
<p><strong>Il punto</strong>. L&#8217;apertura verso i social media può funzionare. Sempre che si agisca con pudore, verso se stessi e gli altri. Nell&#8217;era in cui <a href="http://www.conversationagent.com/2010/03/public-relations-in-an-everyone-is-media-world.html" target="_blank">chiunque è un media</a>, come dice Valeria Maltoni, è come se fosse l&#8217;azienda stessa a parlare. O a lanciare sguardi ammiccanti e fare moine all&#8217;amministratore di turno.</p>
<p><strong>Così come potrebbero veicolare l&#8217;immagine aziendale, i media sociali potrebbero  amplificarne i difetti.</strong></p>
<p>La trasparenza presuppone fattori di rischio che devono essere accompagnati da una sostanziale spregiudicatezza. E dalla consapevolezza che potrebbe essere travisata. <strong>Se non puoi controllarli impara almeno come gestirli</strong>.</p>
<p>Inizialmente avrei voluto aprire questo post con una domanda. La dignità è un  valore condiviso o è solo una costruzione mentale alla quale alcuni di  noi si abbandonano per conservare una condizione di decoro accettabile? Può valere anche per il mondo business? A voi le conclusioni.</p>
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		<title>Orientattiva: con Luiss l&#8217;orientamento abbraccia il 2.0</title>
		<link>http://www.mediterranei.info/orientattiva-con-luiss-lorientamento-abbraccia-il-2-0/</link>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 15:18:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca valente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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Fare una scelta importante non è mai semplice soprattutto quando riguarda il futuro professionale. Il 10 febbraio la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali (Luiss) lancia Orientattiva, un progetto 2.0 di orientamento ai corsi di laurea magistrale.
Una novità interessante nel panorama della formazione universitaria specialmente perché riconosce alle conversazioni un ruolo unico nella formulazione delle decisioni. Il progetto, infatti, abbracciando il web 2.0, si propone di illustrare le tendenze del mondo del lavoro e stimolare la curiosità sulle effettive opportunità per i neo-laureati.
Luiss vuole coinvolgere gli studenti in un avvenimento ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: right; margin-right: 10px;">
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<p>Fare una scelta importante non è mai semplice soprattutto quando riguarda il futuro professionale. Il 10 febbraio la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali (Luiss) lancia <strong>Orientattiva</strong>, un progetto 2.0 di orientamento ai corsi di laurea magistrale.</p>
<p>Una novità interessante nel panorama della <strong>formazione universitaria</strong> specialmente perché riconosce alle conversazioni un ruolo unico nella formulazione delle decisioni. Il progetto, infatti, abbracciando il web 2.0, si propone di illustrare le tendenze del mondo del lavoro e stimolare la curiosità sulle effettive opportunità per i neo-laureati.</p>
<p>Luiss vuole coinvolgere gli studenti in un avvenimento a cadenza mensile, 25 minuti di <a href="http://www.luiss.it/webtv/">trasmissione web</a>, in cui chiunque potrà collegarsi in diretta ed interagire con i docenti e gli studenti. Tramite <strong>Twitter</strong>, <strong>SMS</strong> o via <strong>mail</strong> sarà possibile partecipare attivamente al dibattito e conoscere i plus di Luiss.</p>
<p style="text-align: center;">Questo il video promozionale del progetto Orientattiva.<br />
<script src="http://www.ebuzzing.com/player/player.php?parametre=91807" type="text/javascript"></script></p>
<p style="text-align: left;">Per chi non avesse la possibilità di partecipare alla diretta web, i podcast saranno disponibili sul <a href="http://www.luiss.it/giano/" target="_blank">portale GIANO</a>. Altri strumenti a disposizione degli studenti sono il <a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=39128564424" target="_blank">gruppo su Facebook</a> e il <a href="http://www.youtube.com/luisswebtv" target="_blank">canale YouTube</a>.</p>
<p>Se stai decidendo sul tuo futuro o non sai quale percorso di laurea magistrale intraprendere, fatti un&#8217;idea consapevole. Appuntamento il <strong>10 febbraio dalle 15.00</strong> in diretta sulla <a href="http://www.luiss.it/webtv/">web Tv</a> di Luiss.</p>
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		<item>
		<title>Privacy: perchè non seguire i consigli di Facebook</title>
		<link>http://www.mediterranei.info/privacy-perche-non-seguire-i-consigli-di-facebook/</link>
		<comments>http://www.mediterranei.info/privacy-perche-non-seguire-i-consigli-di-facebook/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 22:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca valente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>

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		<description><![CDATA[
			
				
			
		
A partire da oggi accedendo al social network gli utenti verranno introdotti, attraverso un processo guidato, nella ridefinizione e nell&#8217;aggiornamento delle impostazioni della privacy.
Tre semplici passi in cui Facebook illustrerà quali saranno i cambiamenti principali e quali scelte compiere per salvaguardare la propria privacy. Alcuni suggerimenti dai quali emerge la volontà/necessità di Facebook di spingere gli utenti a condividere gli aggiornamenti di stato e i contenuti in maniera pubblica.
Qual è il motivo di questa nuova politica? Non è una questione di privacy. Anzi.
Read Write Web fa addirittura riferimento ad Orwell ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: right; margin-right: 10px;">
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				<img src="http://api.tweetmeme.com/imagebutton.gif?url=http%3A%2F%2Fwww.mediterranei.info%2Fprivacy-perche-non-seguire-i-consigli-di-facebook%2F&amp;source=mediterranei&amp;style=compact&amp;service=ow.ly" height="61" width="50" /><br />
			</a>
		</div>
<p>A partire da oggi accedendo al social network gli utenti verranno introdotti, attraverso un processo guidato, nella <a href="http://www.vincos.it/2009/12/09/facebook-le-nuove-impostazioni-sulla-privacy/" target="_blank">ridefinizione</a> e nell&#8217;<a href="http://www.catepol.net/2009/12/09/facebook-e-privacy-novita-sul-controllo/#axzz0ZESlxzkV" target="_blank">aggiornamento</a> delle impostazioni della privacy.</p>
<p>Tre semplici passi in cui Facebook illustrerà quali saranno i cambiamenti principali e quali scelte compiere per salvaguardare la propria privacy. Alcuni suggerimenti dai quali emerge la volontà/necessità di Facebook di spingere gli utenti a condividere gli aggiornamenti di stato e i contenuti in maniera pubblica.</p>
<p>Qual è il motivo di questa nuova politica? Non è una questione di privacy. Anzi.</p>
<p><a href="http://www.readwriteweb.com/archives/facebook_pushes_people_to_go_public.php" target="_blank">Read Write Web</a> fa addirittura riferimento ad Orwell per descrivere il linguaggio utilizzato da Facebook per promuovere il cosiddetto &#8220;Privacy Transition Tool&#8221;. E&#8217; risaputo infatti come da tempo Facebook stia spingendo per accrescere l&#8217;accessibilità dei contenuti condivisi dagli utenti anche dall&#8217;esterno.</p>
<p>Perchè? Beh, le motivazioni sono enormi, aumento del traffico, possibilità di utilizzo dei contenuti da parte di aggregatori o sviluppatori. E, per quanto Facebook si ostini a smentirlo, una miriade di informazioni da offrire alla pubblicità. Ed ora che anche Google <a href="http://www.mediterranei.info/ricerca-in-tempo-reale-google-anticipa-ancora-i-tempi/" target="_blank">si apre</a> ai social network le potenzialità divengono illimitate.</p>
<p>Condividere link, video, eventi, informazioni con tutti, così come suggeriscono di fare da Facebook in virtù di una migliore esperienza d&#8217;uso, avvicinerebbe il social network a Twitter.</p>
<p>&#8220;New Tools to Control Your Experience&#8221; recita il<a href="http://blog.facebook.com/blog.php?post=196629387130" target="_blank"> post </a>sul blog di Facebook che esorta al cambiamento. Un&#8217;attenzione per la privacy mascherata da <em>call to action</em> inconsapevole. In passato infatti solo il 15-20 % degli utenti ha impostato regole per la privacy. Il che significa che presumibilmente circa 280 milioni di utenti seguiranno i &#8220;consigli&#8221; di FB impostando su &#8220;Everyone&#8221; (condividi con tutti pubblicamente) i livelli di accesso a status update e link.</p>
<p>Sempre che la rete non smentisca le previsioni e si dimostri consapevole e preparata. Ahimè, ne dubito.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Facebook: se anche i tuoi amici diventano clienti (o della mercificazione dei sentimenti)</title>
		<link>http://www.mediterranei.info/facebook-se-anche-i-tuoi-amici-diventano-clienti-o-della-mercificazione-dei-sentimenti/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 13:08:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca valente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Personal branding]]></category>

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Nessun uomo è un’isola, diceva John Donne.
Ma ogni individuo è soprattutto una voce, eco, slogan. Mi dissero di ripeterlo affinché me ne potessi convincere. Mi dissero di condividerlo perché potessero diffonderlo. Mi dissero di negarlo se non fosse stato gradito.
Ne discutevo ieri insieme a @Sara_LovingTW. Condivisione, sapere collettivo, collaborazione sono termini che risuonano diversamente nell’ambiente sociale in cui ci immergiamo ogni giorno. Facebook e le reti sociali online hanno dato un senso nuovo a questi concetti, travisandone l’essenza.
Un tempo le conversazioni nascevano spontaneamente sulla base di stimoli esterni o di ...]]></description>
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			</a>
		</div>
<p><em>Nessun uomo è un’isola</em>, diceva John Donne.</p>
<p>Ma ogni individuo è soprattutto una voce, eco, slogan. Mi dissero di ripeterlo affinché me ne potessi convincere. Mi dissero di condividerlo perché potessero diffonderlo. Mi dissero di negarlo se non fosse stato gradito.</p>
<p>Ne discutevo ieri insieme a <a href="http://twitter.com/Sara_LovingTW" target="_blank">@Sara_LovingTW</a>. <strong>Condivisione</strong>, <strong>sapere collettivo</strong>, <strong>collaborazione</strong> sono termini che risuonano diversamente nell’ambiente sociale in cui ci immergiamo ogni giorno. Facebook e le reti sociali online hanno dato un senso nuovo a questi concetti, travisandone l’essenza.</p>
<p>Un tempo le conversazioni nascevano spontaneamente sulla base di stimoli esterni o di necessità personali più o meno indotte. Allo stesso modo era possibile distinguere la gamma di sfumature che un suggerimento poteva assumere. Ne riuscivi a cogliere la partecipazione in un ritornello che faceva ribollire il sangue, la nostalgia di chi ricordava la sigla di un vecchio cartone animato o la paura nell’affrontare una scelta decisiva.</p>
<p>Ma se tutto questo fosse inghiottito nel vortice della promozione personale, se emozioni, voci, singhiozzi diventassero  una concentrazione indefinita di link, immagini e video?  Se la materia della quotidianità  fosse la merce di scambio ancor prima che l’elemento attraverso il quale definiamo le identità o percepiamo gli altri, avrebbe ancora senso distinguere tra amici, conoscenti, amanti?  O dovremmo semplicemente parlare di audience, ascoltatori, pubblico e sezionare la gamma di conoscenze in segmenti ai quali offrire porzioni di <a href="http://www.webeconoscenza.net/2009/07/09/personal-branding/" target="_blank">brand personale</a>?</p>
<p>La <strong>visibilità</strong> è diventata il minimo comune denominatore attorno a cui ruotano le interazioni online. L’attualità pretende una presenza che supera la complessità delle gradazioni, siate così cortesi da non ostacolarne il passo.</p>
<p>Vivete in funzione di quanto <a href="http://magazine.liquida.it/2009/10/12/personal-branding-quando-la-persona-fa-la-differenza/" target="_blank">possiate raccogliere</a>, esponete anche la vostra intimità, se lo desiderate. Ogni amico è anche un cliente. Non dimenticatelo.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Social network: l&#8217;esasperazione dei numeri</title>
		<link>http://www.mediterranei.info/social-network-lesasperazione-dei-numeri/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 13:16:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca valente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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Non ho idea di cosa stia succedendo ma l&#8217;iniziale fervore nei confronti dell&#8217;evoluzione del web si colora ogni giorno di nuove fratture. Ne avevo già dato un&#8217;anticipazione la scorsa settimana. Questa volta lo spunto nasce da un post di Seth Godin che affronta per l&#8217;ennesima volta la questione del numero di Dunbar o regola dei 150. Si tratta del numero di componenti di una rete sociale che possiamo seguire cognitivamente e con cui riusciamo ad interagire.
In tutti gli altri casi la natura delle relazioni è qualcosa di diverso. La morbosa ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: right; margin-right: 10px;">
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			</a>
		</div>
<p style="text-align: left;">Non ho idea di cosa stia succedendo ma l&#8217;iniziale fervore nei confronti dell&#8217;evoluzione del web si colora ogni giorno di nuove fratture. Ne avevo già dato un&#8217;anticipazione la scorsa settimana. Questa volta lo spunto nasce da un post di <a href="http://sethgodin.typepad.com/seths_blog/2009/10/the-penalty-for-violating-dunbars-law.html" target="_blank">Seth Godin</a> che affronta per l&#8217;ennesima volta la questione del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rete_sociale" target="_blank">numero di Dunbar</a> o regola dei 150. Si tratta del numero di componenti di una rete sociale che possiamo seguire cognitivamente e con cui riusciamo ad interagire.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>In tutti gli altri casi la natura delle relazioni è qualcosa di diverso</strong>. La morbosa volontà di accrescere la propria rete sociale, al di là della necessità di aumentare le fonti di informazione personale, alquanto improbabile e limitata, può essere spiegata come una sorta di <strong>primato del numero sulla parola</strong>, della presenza sulla consistenza.</p>
<p style="text-align: left;">In quest&#8217;ottica riesco a giustificare le mie perplessità sulla relativa impossibilità tecnica che i nuovi strumenti hanno nella determinazione della <a href="http://www.mediterranei.info/costruendo-un-web-senza-memoria/" target="_blank">permanenza</a> e della qualità dei contenuti. La quantità ha soppiantato, o sta lentamente soppiantando, la qualità nella pratiche di socializzazione degli individui. Alla stregua della produzioni in serie di oggetti.</p>
<p style="text-align: left;">La repentinità con la quale le conversazioni si spostano da un argomento all&#8217;altro richiede una presenza continua, costante, attiva perchè se ne possa far parte. La presenza diventa prerogativa nella partecipazione, nel coinvolgimento, nella determinazione stessa degli argomenti. Al punto che una discussione è condivisa nella sua attualità ma diventa insignificante nel momento in cui i partecipanti sono attratti da nuovi stimoli.</p>
<p style="text-align: left;">C&#8217;è ancora qualcuno disposto ad ascoltare? O la necessità &#8220;impellente&#8221; di produrre, postare, uploadare di stampo industriale va applicata anche alla gestione delle relazioni interpersonali? La mole di informazioni che produciamo non rischia di precludere l&#8217;accesso a contenuti di cui avremmo effettivamente bisogno?</p>
<p style="text-align: left;">Al momento non saprei rispondere. Penso, spero, possa farlo tu per me.</p>
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		<title>Costruendo un web senza memoria</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 12:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca valente</dc:creator>
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Qualche anno fa, era il 7 gennaio 2005, Simon Waldman, direttore dell&#8217;area Digital Publishing del Guardian, parlava su PressThink della permanenza come una delle caratteristiche del web più importanti, spesso ignorata a favore di feauture più appetibili come l&#8217;interattività e l&#8217;immediatezza. L&#8217;espressione permanenza significa che una volta che un contenuto appare in rete questo sia destinato a rimanerci per sempre, a divenire in qualche modo immortale.
Sebbene il pensiero di Waldman sia applicabile/auspicabile per il mondo editoriale questa caratteristica dovrebbe orientare chiunque oggigiorno produca, in modo più o meno professionale, dei ...]]></description>
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<p>Qualche anno fa, era il 7 gennaio 2005, Simon Waldman, direttore dell&#8217;area <strong>Digital Publishing del Guardian</strong>, parlava su <a href="http://journalism.nyu.edu/pubzone/weblogs/pressthink/2005/01/07/wldm_perm.html" target="_blank">PressThink</a> della <em>permanenza</em> come una delle caratteristiche del web più importanti, spesso ignorata a favore di feauture più appetibili come l&#8217;interattività e l&#8217;immediatezza. L&#8217;espressione permanenza significa che una volta che un contenuto appare in rete questo sia destinato a rimanerci per sempre, a divenire in qualche modo immortale.</p>
<p>Sebbene il pensiero di Waldman sia applicabile/auspicabile per il mondo editoriale questa caratteristica dovrebbe orientare chiunque oggigiorno produca, in modo più o meno professionale, dei contenuti per il web. A distanza di quasi 5 anni cosa è cambiato? Nel nuovo scenario &#8220;sociale&#8221; che peso può avere la permanenza e quello che le è indirettamente collegato? La qualità ha ancora un senso? In questa serie di post proverò a rispondere a questi interrogativi.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Partiamo dal principio</strong>. Secondo Waldman, la permanenza è importante per una serie di ragioni che vanno tutte verso la stessa direzione, <strong>assicurare la stabilità della propria presenza online</strong>. Significa assumere autorità agli occhi dei lettori, essere il punto di partenza di una conversazione, non un semplice amplificatore.</p>
<p style="text-align: center;"><em>Without permanence, you might be <em>on</em> the web, but you’re certainly not <em>part of it.</em></em></p>
<p style="text-align: giustify;">I punti chiave affinchè si possa garantire la rintracciabilità delle informazioni nel futuro sta essenzialmente nella capacità di creare contenuti<em><em>, </em></em>storie, resoconti <em>search engine friendly</em> che sappiano fornire un senso completo anche a distanza di tempo dal periodo in cui sono avvertiti come condivisi.</p>
<p style="text-align: giustify;">Tutto questo è riassumibile in un&#8217;espressione abusata quanto poco utilizzata, <strong>creare contenuti di qualità</strong>. Tecnicamente la permanenza resta un punto nodale delle logiche del web ma vi rimane a livello concettuale dato che gli strumenti sociali, da Facebook a Twitter ai vari social network che rappresentano la contemporaneità del web, in qualche modo ne riducono le pratiche che la determinavano.</p>
<p style="text-align: giustify;">Riflessione, pause, concentrazione sono argomenti che il real time web mastica a fatica prediligendo l&#8217;abbondanza,  la gozzoviglia, il rumore. Tendenze che preparano l&#8217;estasi per il nuovo non necessariamente innovativo. Un cortocircuito in cui la voglia di aggiornamento si esaurisce nella comparsa più che nella effettiva originalità.</p>
<p style="text-align: giustify;"><em><em>E&#8217; solo un incipit. A mercoledì prossimo per ulteriori approfondimenti. Stay tuned.<br />
</em></em></p>
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		<title>Le virtù più odiate di Facebook</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 07:24:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca valente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social network]]></category>
		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Web 2.0]]></category>

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Alzi la mano chi non ha creduto, sperato che il web potesse modificare il rapporto delle persone con la cultura, la politica, l&#8217;informazione. Facendole diventare in qualche modo &#8220;pop&#8221;. Se pensavate che le nuove forme di accesso avrebbero potuto garantire una nuova democrazia fondata su di uno spirito critico accresciuto, beh, a malincuore, vi sbagliavate.
Facebook è l&#8217;esempio lampante di questa disillusione. Le nostre aspettative sulla possibilità di educare le persone devono fare i conti con una predisposizione individuale che predilige la chiacchiera vuota all&#8217;analisi, anche superficiale, di quanto ci circonda.
In ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="tweetmeme_button" style="float: right; margin-right: 10px;">
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			</a>
		</div>
<p>Alzi la mano chi non ha creduto, sperato che il web potesse modificare il rapporto delle persone con la cultura, la politica, l&#8217;informazione. Facendole diventare in qualche modo &#8220;pop&#8221;. Se pensavate che le nuove forme di accesso avrebbero potuto garantire una nuova democrazia fondata su di uno spirito critico accresciuto, beh, a malincuore, vi sbagliavate.</p>
<p>Facebook è l&#8217;esempio lampante di questa disillusione. Le nostre aspettative sulla possibilità di educare le persone devono fare i conti con una predisposizione individuale che predilige la chiacchiera vuota all&#8217;analisi, anche superficiale, di quanto ci circonda.</p>
<p>In qualche modo stiamo assistendo a quello che era già avvenuto nei confronti degli intenti educativi di un certo tipo di televisione. Il gossip (e l&#8217;esaltazione del feticcio) sta alla tv commerciale così come il rumore (Quelli che&#8230;, Quiz e giochi di ogni genere) sta a Facebook.</p>
<p>Ora, se questo scenario potrebbe apparire deprimente (ed in parte lo è)  ci sono spiragli che lasciano presagire possibilità d&#8217;intervento in grado di stimolare la partecipazione delle persone anche verso attività meno &#8220;leggere&#8221;. A differenza della tv la partecipazione sul web è involontaria e libera. Si alimenta da sé indipendentemente da imposizioni dall&#8217;alto.</p>
<p>Facebook mette in mostra un modo di stare nell&#8217;ambiente digitale che ricalca quasi specularmente le dinamiche sociali della realtà. Una rappresentazione in cui pullulano gossip, chiacchiericcio e talvolta le virtù meno apprezzabili dell&#8217;uomo.</p>
<p>Facebook ha avuto il merito di spalancare le porte ad un mondo estraneo al web. Una moltitudine impreparata per un certo verso alle sue qualità ed incapace, anche volendolo, ad utilizzarne al massimo le potenzialità.</p>
<p>In questo scarto, però, risiede una grande speranza. Nello spazio onnicomprensivo di Facebook, infatti, la possibilità di venire a contatto con elementi estranei alla sfera delle proprie abitudini quotidiane potrebbe ricoprire un ruolo fondamentale nel modo in cui le persone si informano.</p>
<p><strong>Emergere dal rumore è arduo ma non impossibile</strong>. Sapere che un amico, tradizionalmente estraneo alle vicende politiche italiane, abbia iniziato ad interessarsi alla questione della libertà di stampa grazie agli aggiornamenti ed alle opinioni che riporto giornalmente su Facebook, può avere un significato in merito.</p>
<p>Bisognerebbe rinunciare al giudizio aprioristico &#8220;Facebook è male&#8221; e pensare che, laddove ci sia qualcuno disposto ad ascoltare, abbia comunque senso essere presenti. Al di la degli estetismi.</p>
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