Angelina torna a volare
Appoggiò la mano pallida sul bordo del tavolo. Quel poco d’equilibrio che riusciva ad imporre alle dita la fece barcollare. Le era impossibile stare dritta anche per pochi secondi. Dovette rinunciare e si ritirò sotto le coperte. La stanza era insolitamente calda, abbracciata da un timido raggio di sole mattutino. Attraverso la porta socchiusa avevo osservato la scena e mi si strinse il cuore. Eravamo soli in casa. Non sempre, a dire il vero, capitava che potessi occuparmi di mia sorella. Ma negli ultimi mesi le sue condizioni erano peggiorate. E così, sebbene mi rendessi conto che questo la faceva stare ancora peggio, ero costretto a restare a casa. Immobile, a registrare gli eventi. Rimanevo in disparte, in salone, accovacciato sulla sedia di vimini, appoggiato sullo schienale in modo che potessi tenere sotto controllo il letto senza che potesse vedermi. Avvertivo la sua vergogna. La schiacciava rendendole difficile il respiro ancor più della malattia che la teneva inchiodata a letto. Spesso sognava anche se aveva gli occhi sgranati. Era in quei momenti che ci abbandonavamo al ricordo, come se lo stato incosciente facesse da tramite per regalarci sprazzi di vita che il presente ci negava. Me ne accorgevo dalla posizione delle mani, che si ritiravano sul petto e sussultavano ogni qualvolta la vita tornava a trovarla.
Quella volta eravamo scappati di casa. Come ci succedeva da bambini, quando la domenica, in occasione della rimpatriata dalla nonna paterna, ci nascondevamo nella casa disabitata di Compare Totu. Restavamo raggomitolati delle ore, all’ombra del sottoscala, assaporando la paura mescolarsi all’adrenalina. Quella volta non eravamo più dei bambini, però. Non eravamo scappati per il gusto di farlo. La casa era diventata una gabbia invivibile per entrambi, e sebbene riuscisse a sopportare le vergate di mio padre, sapevo che Angelina non avrebbe resistito a lungo. Non era forte abbastanza per combattere. Prima o poi, avrebbe ceduto. Le strinsi la mano, una notte di metà dicembre, dopo la solita dose di alcool e bestemmie. Sollevai la finestra, senza far rumore. Trattenne il respiro, la mano gonfia le faceva ancora male. – Dai, muoviti, andiamo. E’ il momento di andare. Non possiamo più rimanere qui. – Cosa? – mi disse, ancora intorpidita dal sonno. Non l’avevo informata dei miei progetti. Era troppo rischioso, sapevo che i suoi occhi avrebbero svelato qualsiasi cosa che superasse la banalità delle azioni quotidiane. Era un rischio che non potevamo correre. Avevamo una sola opportunità. Scappare, scomparire, vaporizzarci. La notte ci avrebbe inghiottito per regalarci una nuova alba. Ci vestimmo, presi lo zaino che avevo preparato prima di mettermi sotto le coperte. Avevo raccolto lo stretto necessario. I soldi non mancavano, sapevo dove nostro padre custodiva l’eredità del nonno. Erano soldi che non avrebbe potuto toccare fino a quando il vecchio non fosse andato al creatore. Non ne aveva alcuna intenzione. Anzi, sebbene non riuscisse a camminare, il vecchio conservava una lucidità tale che si nutrisse ancora timore nei suoi confronti. Quei soldi per me erano la chiave per la salvezza e non mi feci scrupoli. La notte era fresca. Non eccessivamente fredda. Corremmo attraverso i campi accompagnati dal chiarore della luna, silente complice della nostra evasione. La stazione non era troppo distante ma di notte era difficile attraversare la terra umida e non sapevamo cosa ci capitasse sotto i piedi. Riuscimmo a prendere il treno merci delle tre e un quarto. Vi salimmo e fummo salvi. Negli anni novanta, quando il mondo era ancora una palla da scoprire, la gente sapeva ancora sognare. Angelina amava il circo. Amava ogni suo aspetto. Le luci, i colori, le musichette allegre e la magia dei trapezisti, le tigri, il fuoco. Le auto che attraversavano il paese con il megafono legato alla meglio sulla carrozzeria che sputava frasi alla rinfusa. Non riusciva a comprenderne le parole sgangherate, ma in quella folle corsa c’era un allegro clima di festa che adorava. E tutti in fermento si accalcavano come formiche sorprese dalla pioggia. E poi la magia di una vita in continuo movimento. Ci fermammo a chiacchierare con un clown. Era appena terminato il suo spettacolo, la gente chiassosamente abbandonava il tendone. – Da dove venite? – ci chiese – Non siete di queste parti. La gente qui è più diffidente e difficilmente si fermerebbe a parlare con uno sconosciuto, per di più mascherato ed imbacuccato come me. – E’ una lunga storia – rispose tempestivamente mia sorella, affascinata dalla serenità del clown – Amiamo la vita, la rincorriamo anche se è come se stessimo scappando da qualcosa. – Che tu stia scappando da qualcosa o che tu stia cercando di seguire un sogno non c’è differenza. Vedi questa maschera, questa gente, questi acrobati. Amano il loro lavoro, amano il sorriso dei bambini, amano la vita ma sono sempre in fuga, scappano da se stessi. Rincorrono una meta che sanno di non poter mai raggiungere. Una maschera non sarà la mia, la loro salvezza. Giriamo il mondo in cerca di una risposta. Il viaggio è l’abito che indossiamo per la festa, la finzione che ci tiene in vita. Per quanto ci illudiamo, conosciamo già da tempo la verità. C’è un andare nel restare, un restare nell’andare. E questa triste verità incomprensibile non ci da pace. Angelina chiuse gli occhi, il corpo allentò la presa. Le mani si ritirarono sul petto. Scorsi una serenità che non avevo mai osservato sul suo viso. Mi avvicinai al letto. Sospirai profondamente. Angelina era tornata a volare.
di Luca Valente








Lascia un commento.