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Alla mia Sconfitta

15 dicembre 2008 Nessun Commento

Dinanzi ad un foglio bianco: l’indifferenza dell’anima. Nulla che possa emozionare. Come ben sai ho provato ad oppormi. Sai quanto, nei giorni in cui correvamo nudi sulla spiagge affollate, desiderassi non aver nient’altro che le tue mani venate di gioia. Sai che il mio cuore, per quanto fosse gonfio, non rimase tiepido nel petto. Ma il tempo è stato un maestro severo, il suo battito metallico ci prepara a tristezze più grandi di quanto possiamo sopportare. E per quanto ci sforzassimo in quegli anni a nasconderlo a noi stessi non saremmo riusciti a continuare a mentire. Il mutuo disprezzo venne ad imbrattare le pareti che vivevano della nostra reciproca gratitudine. Si, quella gratitudiine che rendeva più amaro il distacco scolando lenta nel ricordo. Io che mi sforzavo ingenuo di non vedere, e te che crudelmente passeggiavi sulle mie terre incurante del sole che ti accecava. C’è stato dolore sì, ma l’ho superato con la dedizione alla debolezza, mia unica forza. La vendetta mi sazia se una giustizia esiste. Esiste anche per te. Sarà difficile calpestare il cemento nell’orda del mattino. E i misfatti di cui ci siamo macchiati saranno belve feroci, sbranano il cuore, marciscono all’ombra. Il sorriso solare avrà disprezzo dei nostri cuori indegni. L’insano piacere che conobbi da allora allontanandomi dall’uomo mi spingeva oltre, verso territori che nessuno avrebbe tentato. Eppure quei luoghi mi erano fedeli confessori. La desolazione che vi regnava aveva il tocco carezzevole di una mano materna e il suo respiro ovattato mi cullava. Le delusioni che seguono le ore di lotta tremenda svaniscono, le vergogne scemano. Ho evitato una buca stamane per cadere nel fondo della disperazione poco dopo. Qui dove i tetti e le colline si livellano anch’io posso innalzarmi al di sotto della terra. Piangevi un giorno non conoscendo il tuo prossimo nemico, ti rallegravi dopo averlo sottomesso. E’ la logica della vita mi dicevi, ma ogni ripetizione non avrebbe giustificato la prosecuzione, così come le nostre cattive abitudini non avrebbero trovato grazia nelle notti insonni. La coscienza diviene un interlocutore fastidioso se non la si vizia a dovere. Ricordi quando salimmo su quel pulmann una triste notte invernale? Per terra un vecchio infreddolito accartocciato nelle ossa tremanti. Lo vedemmo soffrire e ne godemmo. Nell’affanno provai a convincermi che fosse un sogno, il frutto della mia mente inacidita dall’alcool. Ma sentivo, perchè ne ebbi timore, che non era così. Il desiderio di offrirgli aiuto non mi sfiorò, sebbene lo sentissi ansimare. La voce rauca che gli sfiorava le mascelle per sprofondare nuovamente nell’abisso della gola affaticata dalla vecchiaia. Gli occhi scodinzolanti per interenirmi. Sono pietra io, il mio respiro rifiuta. Non sapevo più cosa fosse l’umanità, e se ne avessi sentito parlare ne avrei provato ribrezzo. Vedevo la vita scivolargli come una goccia che tenntenna su un muretto scalcinato, cambiare continuamente direzione, assecondare imbizzarrita le nervosità della pietra, piazzare rampini per non soccombere alla gravità che la spingeva verso il basso, verso la fine. L’indomani lessi sul giornale che un vecchio morì nella notte, solo, in un autobus, il mondo gli voltava le spalle. Ero io quel mondo. L’avrei conosciuto il giorno in cui l’abbandono mi venne a far visita per dedicarmi la sua fredda presenza. Ed io non seppi che impietrire al suo fianco. E morire. Io divenni un Non-Io, cinico perverso scavato dall’odio. Anni di parole avrebbero smorzato ogni slancio colorando di rinunce il passo incerto. Rimango io solo, ora, insieme a te. Te fedele e disprezzata, te insieme mia unica forza e mia eterna Sconfitta.

di Luca Valente

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