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Ad un passo da sempre.

22 dicembre 2008 Nessun Commento

Ho ascoltato la pietra.

Risaliva lenta, stanca. Ogni convinzione risoluta distrattamente accompagnata per mano. Tre ragazzini infelici la guardavano avidamente. E mi chiedevo cosa avesse di così  affascinante. Un odore rosso assalì le mie narici. Rimasi scostato per alcuni istanti. La pace mi accolse fra le sue braccia ora che l’eccesso rifluiva dalle vene. Una stradina si arrampicava lungo un costone della roccia e mi guidava assente verso i miei nuovi anni. Molti anni di dolore erano trascorsi per me che trovavo virtù in una bottiglia vuota.

Quando la farsa oscena della vita discioglieva nelle carni il torpore della sera, decisi di assecondare la fatica. Ricordavo di averla già vista e troppe volte ancora mi avrebbe accompagnato. Presi per mano la fanciulla che abitava il mio cuore. Ruotai le papille per assaporarla in tutta la sua pienezza, voltai ancora lo sguardo sui seni  mansueti, accarezzai ogni candore con materna dovizia. Avevamo camminato a lungo ripercorrendo la stradina incerta che delimita le mura  di questo posto sconosciuto. Pensai agli incubi che mi sfioravano da tempo. Non ne rimasi sorpreso. Le strinsi forte la mano per esser sicuro che la vita mi stesse ancora a fianco. Mai prima di allora avevo provato una tale angoscia. Ogni fragilità raggrumava assieme alla nebbia che ci circondava per riposare sulla pelle in scoppi dolorosi. Uno squarcio d’infinito ci risucchiò in sé, lontano. Dove?  Era il tempo della sera, quel rosso-azzurro cerchio d’interesse malinconicamente vicino.

Avrei consegnato il mio respiro per tramutare in carne quelle visioni. Attraversai la fessura che i sanpietrini m’ indicavano. Ancora insieme a lei mai conosciuta e gradevolmente fedele. L’aria  lattiginosa ci avvolse. Guardai in basso dove fino ad ora risiedevano i miei porti ma il pavimento era un cielo assente ed ogni forma impalpabile. Ero solo. Anche le mie paure mi avevano abbandonato. Cercai ancora conforto nella debolezza ma la dedizione, mia unica forza, scivolava nei canali di scolo col puzzo di piscio dell’esistenza tutta. Chiusi gli occhi e mi rifugiai nel distacco del vagabondaggio. Un nero battito d’ala avvolse il mondo. Ed io, raggomitolato all’angolo della terra, in attesa di un respiro che mai m’avrebbe riscaldato.

Oltre quel muricciolo decrepito allegre feste danzanti  schiudevano i luoghi della mia infanzia. La città era una bolla di sangue racchiusa nelle mie mani stanche. Nei pisciatoi respirai il piacere dell’abbandono, assaporai secoli di assuefazioni. Schiumava rossa  quella forza che nei versi di qualcuno scorre nel verde stelo del fiore, da me fluiva nell’insensatezza della pietra. Era così difficile trovare partecipazione: e l’adulazione non m’era compagna. La vita mi narrava di un assoluto che non potevo trovare. Avrei desiderato gioire al canto acerbo di una fanciulla, al divincolarsi buffo di un gatto, all’impacciato movimento di adolescenti dinoccolati. Avrei desiderato smorzare il giogo  che mi allontanava  da quelle manifestazioni, dal gracidare esplosivo delle loro ripetizioni: spensierate ruote rutilanti nel folle rincorrersi dei vicoli stretti, l’andirivieni gioioso di parole insensate. Avrei voluto tutto questo,  quanto di più futile esistesse su questa terra per stringere la sua rivoluzione.

E poi, qua e là, creature che come me osservavano le risa aumentare il peso dei loro turbamenti come se questo mondo fosse piaga strappata dalle carni che il sogno non poteva celare. Li vedevo sostare sui gradini di questa piazza incantata, lì sotto quei portici immobili, oltre le volte in cui celebrano il grande rito. Anime nere dagli sguardi vuoti. Fantasmi che contano lo stillicidio delle primavere. Era in quello scorcio buio dell’animo che mi fermavo ad osservare. Io che non avevo storie da raccontare e che riempivo il cuore di quelle immagini tristi colorate dai suoni eterni dell’umanità.

Quando l’odore delle resistenze si fece impalpabile pensai di dover abbandonare la visione in cui mi ero rintanato. Liberai ciò che avevo rinchiuso nel palmo della mano: il sole mi inondò con la sua irruenza felina. Un filo di paglia si allungò per sfiorarmi la pelle lo sentivo stiracchiarsi sulle colline che custodivano i ricordi delle genti di queste terre. Ed eravamo noi quei tre ragazzini sulla collina che correvano leggiadri tra le balle di fieno in un religioso pomeriggio estivo. Eravamo noi tre ingenui quando l’evento mi si mostrò: sbarrai gli occhi per non vedere. Ma il soffio della morte mi respirò nelle vene. Quella povera bestiaccia agonizzante nelle mie mani d’adulto. Cacciatori di lucertole, noi spensierati, saremmo diventati nemici di quelle sciocchezze. Saremmo diventati l’incubo che non avevamo: porti il cui mare non trova approdo.

Seguivo le linee delicate, l’orizzonte assente. Feci un giro completo su me stesso tracciando con un dito i contorni oltre i quali il mio occhio non poteva spingersi. Per ritornare nuovamente da lei che la sera precedente mi aveva abbandonato con le mie paure. E la vidi nuovamente sola, immobile, quasi volesse donarsi alla natura che ci sovrastava. Mi avvicinai, non dissi nulla perchè non c’era nulla da dire. Nell’occhio distante seppi perdermi. Dalle rotonde che dominano questo scorcio di mondo discreto, qui da questa parte di terra acquartierata nell’ascella di “Palazzo Ducale” trovavamo pace. E nel riflesso degli occhi sinceri l’infinito. I suoi occhi specchio dei miei desideri palpabili. Era lei che mi guidava lungo quei sentieri che ogni mattina osservavo con dedizione recandomi a scuola, lei che mi sollevò quella sera d’estate in cui il mio ginocchio destro cominciò a sanguinare, lei ogni volta tratteggiava il mio passo, lei quella volta che annacquò il pianto del mio paese nelle lacrime confortevoli di una pioggia gentile. Ancora lei quando mio nonno scivolò tra le mani tremanti, ancora lei che mi oppose alla semplicità della rinuncia. Ammirai il labbro cortese scoprendo quanto fosse leggero. Stranamente questi posti ancora sconosciuti mi facevano respirare. L’avrei  forse rivista in quella parte di mondo già vissuta, magari sulla prua del traghetto che mi conduceva verso le mie prime esperienze o tutt’al più su quelle terre calpestate che riconoscevano il mio tocco. In quei luoghi che avevano assistito al nostro primo bacio e la cui  fanciullesca indiscrezione ci imbarazzava. E invece Urbino, perchè Urbino? Ogni evento che superi la prevedibilità ci dona sapere. Sentivo la vita che m’aveva rincorso per anni. Da quel giorno in cui il caso m’insegnò la fine, instancabilmente aveva percorso con me tappe tremende. Era lei dunque la vita, e con me ora riposava nella discrezione medievale. Nella mia mano sicura chiedeva riposo. Qui poneva la sua dimora, qui dove il tutto si narra in silenzio. Qui dove il tocco dell’esistenza è lungo quanto il sempre.

di Luca Valente

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